

Sono le 21:30, sei a casa e stai ridendo.
Hai appena visto il video di un gatto doppiato da un anziano con forte accento romano.
Il tuo sguardo si sposta verso l’alto per un brevissimo istante.
Sulla parete c’è un orologio che indica le 22:30.
La tua espressione cambia radicalmente ed esclami: “com’è possibile!? Un istante fa erano le 21:30!”
Un istante.
Si, un istante lungo 60 minuti…
Bene, ma perché ci ritroviamo in questa situazione?
Perché abbiamo così tanta fame di contenuti brevi?
Perché ne abbiamo bisogno.
Non è colpa tua, è la natura
Il nostro cervello è programmato per cercare stimoli e gratificazioni immediate.
Ogni volta che riceviamo qualcosa di piacevole o interessante (una risata, un’informazione, una sorpresa), il cervello rilascia dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della motivazione.
I video brevi funzionano bene perché ci offrono una micro-ricompensa ogni pochi secondi:
Un suono.
Una risata.
Una novità.
Gli algoritmi ci conoscono bene e sanno quanto ci piacciano le novità.
Proprio per questo motivo, ogni video che compare dopo il nostro “scroll”, è diverso dal video precedente.
Cambia la musica, l’argomento, il luogo.
Cambia tutto.
Questo però ci inserisce obbligatoriamente in un circolo vizioso tendente all’infinito.
Non solo, dal momento in cui viviamo nel periodo dell’immediatezza non possiamo aspettare.
Finito un contenuto deve essercene immediatamente un altro disponibile.
Siamo degli ingordi a un eterno buffet.
Infine c’è la FOMO.
La fear of missing out, ovvero la paura di sentirsi tagliati fuori, spinge molte persone a fare di tutto per rimanere aggiornati sugli ultimi trend, meme e challenge.
A risentirne è anche e soprattutto la nostra capacità di rimanere concentrati.
Uno studio del 2024 della Zhejiang University in Cina ha dimostrato che, nei soggetti dipendenti da video brevi, si riduce l’attività cerebrale legata all’attenzione. (Fonte: National Center for Biotechnology Information)
Un problema, una strategia
Davanti ad un quadro di questo tipo, come deve comportarsi il brand che vuole comunicare sé stesso o un suo prodotto/servizio?
In primis dobbiamo accettare il cambio di paradigma: il prodotto non solo si mostra, deve essere raccontato.
Le immagini statiche comunicano identità visiva, ma non trattengono l’attenzione.
Gli utenti oggi si aspettano movimento, voce, ritmo, emozione immediata.
Ed ecco che il video arriva in nostro aiuto.
C’è però un problema: la soglia d’attenzione del pubblico.
Come detto sopra, nel corso degli anni l’utente dei social continua progressivamente a perdere la capacità di rimanere concentrato a lungo.
Abbiamo quindi 2-3 secondi per convincere le persone a non saltare il nostro contenuto.
Per farlo, dobbiamo arrivare subito al punto con un gancio molto forte: un gesto, una domanda, una frase provocatoria.
Dopo essere riusciti a mantenere l’utente sul nostro contenuto, dobbiamo dargli un valido motivo per guardare il video fino alla fine.
Come?
Rimanendo noi stessi.
Sappiamo quanto possa sembrare scontata come risposta ma, talvolta, la mossa più semplice è anche la migliore.
Le ricerche condotte dalla Ipsos nel 2024 supportano la nostra tesi: i contenuti percepiti come autentici generano molta più fiducia rispetto a quelli troppo patinati. (Fonte: Ipsos)
Utilizziamo tutto ciò che ci rende umani.
Volti.
Mani.
Voci.
Emozioni.
Mostriamo tutto ciò che si trova oltre il prodotto.
L’essenza del brand deve emergere tramite il racconto di esperienze vere, momenti quotidiani e relazioni autentiche.
Oggi il pubblico non cerca la perfezione: cerca connessione.
Ogni contenuto è un’occasione per trasmettere personalità, valori e umanità.
Lasciamo che siano le persone, non solo i prodotti, a parlare per il brand.
È così che si costruisce fiducia: una storia sincera alla volta.
I dati: numeri fondamentali
Ed ecco un nuovo problema: come misuriamo la fiducia del nostro pubblico?
Su questo aspetto i social giungono in nostro soccorso mostrandoci gli insight.
Ok ma quali insights dobbiamo analizzare?
Like e follower sono importanti certo, ma le riflessioni di cui abbiamo bisogno ormai sono altre:
Quante persone guardano il video fino alla fine?
Quanti lo condividono o lo salvano?
Quanto tempo mediamente restano sul profilo?
I like e i follower vanno e vengono, il tempo che le persone ti dedicano no.
Questo è un tema fondamentale per chi fa comunicazione.
Il tempo che le persone dedicano a noi e ai nostri contenuti non é né scontato, né tanto meno dovuto.
Fai una prova: prendi un oggetto che hai in casa.
Il tuo compito è quello di comunicare con un reel di 10 secondi quel prodotto su Instagram.
Ricorda però che hai solo 3 secondi per invogliare il potenziale consumatore a guardare il tuo video fino alla fine.
Non vuoi che il tuo contenuto venga saltato in favore di un gatto doppiato da un anziano con forte accento romano, vero?
Vero?
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